Torino, ai piedi delle montagne, ma chi l'avrebbe detto di vedere tutte queste baite, casette, capanne o simili, in mezzo alle piazze, a fianco agli edifici, nei punti più disparati...
L'altra sera sono stato alla Fondazione Sandretto Rebaudengo, che è una delle architetture meglio riuscite a Torino, con la sua semplicità quasi imbarazzante che nasconde un uso sapiente dei materiali e degli spazi. Molto belli gli interni, il bar, ma anche gli esterni finiti in pietra leccese e il cedro, usato per gli elementi lignei...insomma un piccolo gioiello immerso in una zona di torino che è in pieno sviluppo.
In questo paesaggio sublime mi sveglio bruscamente non appena giro intorno alla grande vela che conduce all'ingresso e scopro con mio grande stupore e con un pelo di rabbia, un orrendo dehor, che dovrebbe essere l'ideale prosecuzione di quello interno.
Lo vedete nella foto, mi chiedo io come fa la signora proprietaria della omonima fondazione ad aver accettato un simile non sense?
Vorrei capirlo.
Un dehor così non lo regalano, per comprare un dehor così insulso e mettere tutti quegli orrendi vasetti appesi, si sarenno spesi un bel pò di migliaia di euro!!!!
Non evrebbe avuto più senso (e questo è un suggerimento) fare una specie di concorso tra giovani architetti e designer, per fare un dehor, imponendo magari un budget e magari ripetere la cosa di anno in anno partendo da una struttura di base? Secondo me qualunque proposta sarebbe stata più bella di quella esistente.

IO NO!
di Claudio Silvestrin
DISASTRO
Sono stato educato a credere che il mestiere di architetto fosse una vocazione, si, vocazione come quella del frate e del prete. Sono stato educato a credere che l’architettura fosse l’arte piu’ completa, quella forma che fa da ponte tra l’uomo e la natura, la terra ed il cielo, le divinita’ ed i mortali.
Ho creduto, e credo tutt’ora, che fare architettura sia fare poesia sulla terra e con la terra; che l’architettura abbia il compito di darci l’emozione della materia, dello spazio, della luce, dell’acqua. Penso che l’edilizia contemporanea, che oggi va per la maggiore, esalti le forme perverse e semplicistiche rispecchiando un’umanita’ nevrotica ed autogratificante che vuol fare tabula rasa di 5000 anni (o piu’) di storia.
L’uomo moderno si sente al centro dell’universo e la sua arroganza e vanita’ esige costruzioni che sono in realta’ dei grandi specchi: l’uomo di potere e l’uomo nevrotico si riconosce inconsciamente solamente negli stili high tech, sensazionalista e decostruttivista. Bisogna essere ciechi o dormienti per non vederlo: siamo una civilta’ materialista delle forme perverse istituzionalizzate. E’ un disastro nel vero senso della parola: le forme del costruito contemporaneo si sono dissociate dagli astri.
Il paradosso piu’ evidente e, allo stesso tempo, deprimente e’ rappresentato dagli edifici religiosi che sono autogratificazioni sensazionalistiche in cemento armato, non piu’ spazi per Dio ma per l’uomo.
Non e’ questione di giusto o sbagliato, ma di prenderne coscienza per poi fare delle scelte che esprimano certi valori anziche’ altri.
L’architetto contemporaneo ha la fortuna della liberta’ di scelta di cui e’ responsabile.
Ci si dovrebbe interrogare: l’architettura e’ espressione di un pensiero che va in profondita’ oppure e’ un adeguarsi a-critico? Interrogarsi non vuol dire remare contro l’evoluzione ed il progresso; tutt’altro, interrogarsi seriamente puo’ portare un contributo per sensibilizzare l’uomo ad una evoluzione non solamente tecnologica e materialista, ma ad una evoluzione totale; vale a dire di pari passo materiale e spirituale, moderna ed arcaica, antropologica ed ecologica.
(in ARKITEKTON n. 14, September 2004)