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12 giugno 2008

TUNING

Questa è una storia che parla un po' del mio lavoro.
A quale architetto non è mai capitato di tornare dopo un po' di tempo in un negozio, un appartamento, un locale o qualcos'altro che ha progettato e verselo totalmente trasformato e "personalizzato" dal suo cliente? A me è capitato l'altro giorno. Sono entrato in uno showroom di luci che avevo progettato ormai un anno fa o forse più e ho faticato non solo a riconoscerlo, ma soprattutto mi sono trattenuto dal gettare una molotov per incendiarlo!
Il progetto era già a suo tempo un po' concettuale, volevamo trasformare uno show room di luci che di solito è un insieme caotico di prodotti più o meno belli, che non appena entrati trasformano le idee chiare di qualunque persona in un altrettanto caotico stato mentale.

L'intenzione era quindi, quella di progettare uno spazio museale, che mostri i corpi illuminanti, per gradi, a seconda di quello che il visitatore/cliente sta osservando. Il tutto con sapienti e attenti giochi di luci e fotocellule che permettono un'accensione e spegnimento di intere zone.
Il tutto ambientato in un ambiente molto scuro (nero) interrotto solo dai pannelli bianchi sui quali vengono esposti i prodotti.
Non vi annoio con le lotte che ho dovuto sostenere con il cliente (molti di voi già le conoscono) per fare tutte le pareti e il pavimento neri, concludo solo dicendo che già in fase di startup, lo show room a causa di alcune scelte da parte del mio cliente sul numero e la qualità dei prodotti, non era esattamente come lo avevo in testa anche se tutto sommato era ancora molto di impatto.
Così è rimasto nella mia mente, fino all'altro giorno, quando dopo un anno l'ho rivisto così trasformato e deturpato da non cosiderarlo neppure più un mio progetto.
C'erano archietti un tempo come Adolf Loos che guidavano e in parte obbligavano i loro clienti anche nella scelta del colore delle ciabatte, io non ho questa arroganza e neppure presunzione, ma mi sarebbe piaciuto che il cliente capisse il valore di un progetto e il perchè è stato pensato in un determinato modo. Ma per questo probabilmente dovrei iniziare ad evitare di sopravvalutare alcuni clienti.

18 gennaio 2008

Zaha Hadid:«Sono stufa dell'Italia»

per una volta lascio che sia qualcun'altro a fare un po' di polemica.... «In Italia tutto va per le lunghe, ho decine di cantieri aperti e non riusciamo a concludere niente. Vorrei iniziare a vedere le opere non solo sulla carta». Zaha Hadid ce l'ha con l'Italia. Cinquantotto anni, irachena, regina indiscussa dell'architettura mondiale e prima donna vincitrice del Pritzker (il "nobel" dell'architettura), è a Innsbruck per l'inaugurazione della sua ultima meraviglia: il Nordkettenbahn, la funicolare pensata, progettata e realizzata in meno di due anni.
Signora Hadid, qui a Innsbruck è la sua seconda imponente opera realizzata in soli quattro anni: da noi non sono bastati neanche a trovare un accordo sul progetto Citylife per la riqualificazione della ex Fiera di Milano. Da Nord a Sud sono decine i progetti del suo studio in Italia, o forse sarebbe meglio parlare di cantieri eternamente aperti?

Da voi ogni cosa è molto lenta, bisogna essere estremamente pazienti. Ogni progetto ha una sua personale situazione di stallo. Credo dipenda dal fatto che non è successo niente per tanto tempo, per anni in Italia ci sono state solo operazioni commerciali, l'architettura non rientrava nelle questioni di interesse pubblico. Adesso, invece, c'è un revival ed è positivo che provenga dall'alto ma bisogna fare i conti con questo rodaggio lento e faticoso.
Crede in questo cambiamento?
Non lo so. Vedo tanto entusiasmo ma dalle intenzioni ai fatti il passaggio è lungo. Gli architetti devono fare un doppio lavoro. E' come se in Italia le persone avessero paura di tutto ciò che è nuovo, evitino il cambiamento, lo allontanino.
E' anche vero che lei lavora con due settori molto delicati per l'Italia, il contemporaneo e le infrastrutture: il Maxxi a Roma e la stazione dell'Alta Velocità di Afragola, a Napoli, sono progetti con una forte carica simbolica…
Chi amministra la cultura e la modernità non vuole distruggere il passato, sta solo cercando di aprirsi al nuovo. È così difficile da capire? Quella della tradizione come limite è un alibi, anzi per noi architetti è bellissimo lavorare nel vostro paese perché c'è un grande equilibrio tra quello che si dà e quello che si riceve. Riguardo al Maxxi, l'anno prossimo dovrebbe finalmente aprire ma abbiamo avuto tanti problemi, il progetto è pronto da tempo, ma siamo bloccati alla fase uno. L'insieme c'è ma purtroppo bisogna ancora accontentarsi di frammenti.
E il progetto Citylife di Milano? Lì dipende dai privati farlo davvero diventare una cosa importante: il nostro lavoro sulla ex Fiera è frutto di una mediazione e di volontà che c'entrano poco con noi. E' indiscutibile che la vecchia struttura era orribile.
Secondo lei è un caso che dopo l'arrivo in Sardegna di star dell'architettura come lei, Rem Koolhas e il duo svizzero Herzog & de Meuron, tutti coinvolti in progetti importanti come il suo Museo Betile di Cagliari, sia nato un festival dell'architettura, il Festarch?
Credo che la funzione dei grandi progetti architettonici sia proprio quella di creare movimento, fermento. Dovrebbe essere così ovunque.
Crede che in generale sia un buon momento per l'architettura?
Sì, le cose oggi vanno decisamente meglio. Si guardi intorno: l'80 per cento delle costruzioni realizzate nel dopoguerra sono brutte. Si costruiva per costruire, perché la popolazione aumentava e c'era bisogno di strutture, oppure per soldi, interessi, speculazione. Non c'era un progetto per le città , poca cura per l'armonia urbana. Non c'era un pensiero.
Qual è il paese in cui lavora meglio?
La Germania è una paese fantastico, perché lì c'è un sistema di lavori pubblici che funziona, come l'Austria. La Francia è stata un ottimo paese in cui lavorare ma ora sta vivendo una fase di immobilismo. E poi c'è la Spagna che sta attraversando una fase di grande vivacità.
Il suo è ormai un lavoro a 360 gradi, che va dall'ingegneria al design da collezione: Zaha Hadid non è più solo uno studio di architettura, ma sta diventando un brand.
L'idea arriva sempre dalla stesse fonte, la realizzazione cambia a seconda del focus, della tecnica, del progetto. Non è un'idea nuova quella di connettere architettura, arte e design, erano molto più connessi in precedenza.
Tra poco comincia il Miami/Basel, la fiera dell'arte a cui partecipano diversi suoi lavori. Che cosa pensa di questo nuovo mercato del cosiddetto art design?
Non credo che quella sia arte. E' una maniera per fare soldi, organizzare fiere, insomma un modo per creare valore commerciale. Certo è vero che le persone sono più interessate all'arte oggi e che si investe molto di più. L'arrivo del gallerista Larry Gagosian a Roma in questo periodo non è casuale.
Ma è un campo in cui "gioca" anche lei: ad esempio con l'ultimo lavoro, Dune Formations, commissionato dalla galleria d'arte londinese David Gill Galleries…
Quella non è una galleria d'arte, è una galleria finanziaria. Io apprezzo molto quello che è riuscita a creare Ambra Medda al Miami/Basel. Però non confondiamo gli affari con la creazione artistica.

fonte luxury 24

05 dicembre 2007

grattacieli???

Sto facendo il mestiere dell'architetto da un po' di anni, mi sono scontrato e tutt'ora mi scontro con la mentalità della maggior parte della gente, che come ho già detto più volte non conosce quasi per niente la materia e vede l'architettura contemporanea con diffidenza. Credo che nessuno davanti ad un'opera di Juvarra o di Brunelleschi si sia mai permesso di dire che è brutta o che non si inserisce nel paesaggio, molte persone invece, di fronte ad un'opera contemporanea di qualsiasi architetto essa sia, si permette di farlo. Ebbene, l'architettura contemporanea ha questo immenso vantaggio, può essere criticata, come credo un tempo facessero dei loro contemporanei, ma dev'essere criticata in modo critico appunto, quindi preparata e attenta, la critica infatti fine a se stessa non porta a nulla ma una critica costruttiva può migliorare e implementare qualcosa. Basterebbe poco, basterebbero più mostre come quella di Torino sul grattacelo per la spina, mostra che forse probabilmente è stata vista solo dagli addetti ai lavori ma se anche solo una persona non lo fosse stato sarebbe sicuramente una persona che dal giorno dopo capirà qualcosa di più di quella strana cosa che è l'architettura.


26 marzo 2007

prime immagini

Vi ricordate il mio appello?
Bene sono arrivate le prime immagini di Delgiu. Direi che ha colto in pieno l'obiettivo. Bravo Davide!!
Aspetto altre immagini! Forza, facciamo vedere come potrebbe essere Torino con interventi contemporanei!!!

A presto!








05 marzo 2007

grattacieli o grattacapi?

L'altra settimana ho letto su la Repubblica, una lettera indirizzata a Marco Travaglio e scritta da alcuni noti e importanti esponenti del mondo culturale torinese. Alcuni professori del politecnico di Torino, un paio di esponenti di legambiente, un ex sindaco, un ex assessore, un vicepresidente di circoscrizione e qualche altro che non conoscevo.
Nella lettera era trattato un argomento discusso da questa somma di uomini e donne così importanti, ossia l'opportunità o meno di edificare una o due (come dicono loro) torri di oltre 150 metri nei pressi della stazione di porta Susa.
I nostri prodi hanno rappresentato scenari paurosi, come (e li cito): "modificazione del paesaggio della città, vista dal basso e dalla collina, o la paura che sorga un nuovo simbolo della città,accanto alla Mole, preoccupazione sui bilanci energetici e di sostenibilità delle nuove costruzioni (in particolar modo sul consumo eccessivo degli ascensori)".
Bene, diciamo innanzitutto che stiamo parlando di una torre e non di due e che è stata concepita con criteri di ecosostenibilità e di risparmio energetico (probabilmente consumerà molto di meno dei vecchi conodomini anni '70 con riscaldamento autonomo dove vivono molti di noi).
Questo è quello che dichiara il progettista: "cemento, acciaio e vetro i materiali scelti per evitare l’imposizione di una “costruzione massiccia”. Non solo. La sfida della leggerezza e dell’estetica è strettamente connessa all’ulteriore sfida della ecostenibilità ambientale".
“Non vi saranno – commenta ancora Renzo Piano – inestetici scatoloni sul tetto contenenti le pompe di calore. Si ricorrerà all’energia geotermica: a est e ovest vi saranno doppie facciate con all’interno circolazione d’aria; i cristalli delle vetrate avranno particolari composizioni chimiche per un miglior isolamento termico”.
Tali accorgimenti consentiranno di ridurre di un terzo i consumi energetici dell’edificio. Un grattacielo dunque “non solo bello – sottolinea il celebre progettista – ma anche intelligente”.
e ancora "L’edificio – spiega Piano – dialogherà con la città, in quanto i cittadini potranno viverlo anche nelle ore in cui gli uffici bancari saranno chiusi. Ciò sarà possibile raggiungendo il ristorante o il bar sulla terrazza panoramica; o ancora prendendo parte ad incontri pubblici che saranno ospitati nella torre."
Il progetto può piacere o no, possiamo credere o no alle parole del progettista, ma tutto questo catastrofismo, e questa paura tipicamente torinese per le novità e il progresso, mi paiono esagerati e fuori luogo, non si rendono conto i nostri cari personaggi illuminati che la loro amata Mole quando venne costruita nel 1863 era un ardito esempio di architettura, paragonabile ai grattacieli di oggi? Forza ragazzi un po' di apertura mentale!
Inoltre non è il caso di preoccuparsi così tanto, anche perchè molto probabilmente questo progetto non si realizzerà mai.



14 febbraio 2007

Ho visto Gehry a Torino


sono impazzito?
no ma ho un'idea in testa che mi frulla da un po'.
Ve la spiego.
Avete presente il mio solito tormentone, riguardo all'architettura, al fatto che bisognerebbe "educare" le persone che non sono addette ai lavori all'architettura contemporanea, al fatto che non tutti viaggiando guardando le architetture, molti guardano altre cose, alcuni non hanno neppure la fortuna di viaggiare. Al fatto che spesso e volentieri, molti professionisti si nascondo dietro ad un ditone dicendo che non trovano la committenza o peggio ancora che certi lavori non glieli lasciano fare? E ancora al fatto che le nostre amministrazioni sono "ignoranti" in fatto di architettura e che si siano fermate all'architettura degli anni 50.?
Bene allora ho pensato a questa cosa.
Perchè non "educhiamo"? Perchè non dimostriamo che si può progettare un edificio con le aperture irregolari o usando dei materiali e dei colori diversi anche vicino a una preesistenza storica? Perchè non facciamo vedere quanto sono belle anche le architetture moderne?
Ma come?
Raccogliendo tante foto come quella che ho messo sopra.
Simulando che a Torino sia stata commissionata un architettura contemporanea in un qualsiasi luogo storico ma anche di periferia.
Vorrei invitare tutti voi a realizzare una o più immagine di questo genere e mandarmela con indicato il nome dell'autore. La pubblicherò prima nel blog e poi magari faremo un sito dove le metteremo tutte.
Poi voglio parlarne ai giornali, per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla situazione statica e fossilizzata dell'architettura italiana e poi raccoglierle tutte le immagini e spedirle al sindaco, all'amministrazione e ai giornali ed infine riuscire a fare una mostra durante il convegno universale degli architetti e il Torino design capital del 2008. Cercando di riuscire ad ottenere il patrocinio dell'ordine degli architetti.
Questo è tutto, se pensate che quello che ho scritto non sia una cazzata, non esitate a mandarmi immagini e pubblicizzare il più possibile questa iniziativa ad amici e colleghi.
Forza!! Aspetto foto!
A presto!

30 gennaio 2007

M.B.C. Molecular Biotechnology Center

Una conferenza per architetti che parlava di architetti. Purtroppo di architetti ce n’erano ben pochi. E’ un peccato che nelle rare occasioni in cui a Torino c’è qualcosa di importante che riguarda il nostro mondo, quasi sempre ci siano così poche persone.

Non era una cosa da poco, c’erano:Javier Fresneda di MTM Arquitectos, David Trottin di Périphériques Architectes, Benedetta Tagliabue di EMBT e Luciano Pia progettista del MBC di Torino.

La conferenza era inoltre ospitata presso il nuovo edificio della Scuola Iterfacoltà per le Biotecnologie, progettata dallo stesso Pia, quella che a mio avviso è la migliore opera di architettura a Torino.

Un’opera che testimonia che anche in questa città se vuoi veramente fare un’architettura degna di questo nome puoi farla.

Come dico sempre bisogna lottare, bisogna trovare degli escamotages, bisogna ingegnarsi,è chiaro non è facile, ma si può.

Ho parlato con l’architetto Pia e con il Direttore dell’università e mi hanno detto che hanno affrontato non poche difficoltà nel fare l’edificio, ci sono stati ostacoli dal comune, dalla circoscrizione, e dagli abitanti, che come succede di solito quando si fa qualcosa di diverso dalle solite cose, non si limitano nelle critiche,soprattutto durante la costruzione, per poi magari alla fine dire: “beh non è poi così brutto”.

Nonostante tutte le difficoltà ora l’edificio è li, bello e massiccio realizzato interamente in cemento armato a bassa densità, di colore grigio scuro, leggermente lucido e levigato. Pieni e vuoti si alternano, le forme definiscono gli spazi senza menzogne costruttive, le aule sono visibili nei profili, e le enormi aperture, sono dosate e usate solo per evidenziare degli scorci incantevoli degli edifici circostanti come la chiesa che è proprio accanto.

Entrati in questo edificio sembra di essere in un altro mondo. E’ emozionante, come accade solo nelle architetture di maggior pregio, si viene rapiti dagli spazi e dalla bellezza del cortile chiuso dai tre lati dell’edificio e da un’enorme facciata sul quarto lato, che quasi vuole custodire il semplice giardino costituito da alcuni pini marittimi.

All’interno delle aule si viene colpiti dai colori (rossi) e dall’uso sapiente dei materiali (legni, cemento lasciato a vista come in tutta la facciata). I corpi scale sembrano delle grotte e delle torri al tempo stesso, donano una suggestione unica, non claustrofobica ma quasi l’idea di essere dentro una struttura naturale che naturalmente ti conduce in verticale per l’edificio.

E all’ultimo piano c’è posto per alcune terrazze dalle quali anche qui si percepiscono degli scorci mozzafiato.

Un’edificio semplice nella forma ma complesso nella tecnica costruttiva, non vi è presente quasi nessun giunto del cemento (solo due ma sono sapientemente ben nascosti) si presenta quindi come un monolite in cemento, la trama delle casserature in legno ne determina una piacevole decorazione.

Il tutto ambientato in un contesto decisamente storico, accanto ad una chiesa ottocentesca e on distante dai portici di via nizza, anche questo a dimostrazione che non ha senso dire costruiamo dei falsi storici accanto e delle preesistenze storiche, ma insistiamo nel voler fare delle architetture che hanno un senso, dopotutto questo è quello che lasceremo ai nostri discendenti, lasciamo delle architetture che testimonino la nostra epoca, i politici e l’opinione pubblica prima o poi se ne conviceranno. Già lo stanno facendo. Serve l’educazione e un edificio come l’MBC serve anche ad educare.








02 novembre 2006

un premio per i giovani architetti

...architettura giovane? giovani architetti, giovani creativi, giovani designer, ma per quanto potremmo dirlo ancora? un concorso prevedeva entro i 40 ma forse a 40 anni si è già vecchi e a 50 o 60 ancora giovani....chi lo sa. Nel nostro mestiere è la testa che conta. Non siamo degli sportivi, degli operai o muratori che ad una certa età dimostramo i segni del tempo, noi architetti per fortuna dobbiamo solo tenere allenato il nostro cervello per rimanere giovani e "atletici".
In teoria basterebbe poco, in pratica molti non lo fanno. E' drammatico ma molti architetti non conoscono l'architettura, tanti non leggono le riviste di architettura, non vanno ad una mostra, ne tantomeno fanno dei viaggi per vedere altre architetture, per confrontarsi, per vedere cosa fanno gli altri al di fuori dei "mattoni faccia a vista" che possono vedere fuori dalle loro finestre.
Per fare l'architetto bisogna nutrire il cervello e gli occhi, per fare l'architetto bisogna aggiornarsi, per fare l'architetto bisogna vedere cosa fanno gli altri professionisti altrove nel mondo in modo da poter insegnare ai nostri clienti la differenza tra fare architettura ed semplice edilizia.
Non accetto più certe risposte dai miei colleghi: il cliente non ha soldi, il cliente voleva quello, il cliente di qua il cliente di la! Il cliente è quello che noi sappiamo fare di lui, il cliente si affida a noi e si fida di noi, sta a noi cercare di fargli spendere la cifra che ha a disposizione cercando di fargli quancosa di bello, sta a noi capirlo a capire come vive, cercare di fare la sua casa interpretando le sue abitudini i suoi gusti le sue esigenze. E' forse questa la parte più bella del nostro mestiere, i vincoli che vengono posti di volta in volta.
Sarebbe facile fare delle architetture bellissime avendo budget illimitati (anche se non è così facile) ma è ancor più bello farle con budget definiti e magari anche un pò limitati, adoperando materiali più poveri e meno standard.
Insomma io credo che non ci siano scuse, tutto si può fare. Tutto!
Ma se non conosciamo noi, come facciamo a insegnare ai clienti???

Scusate lo sfogo, ma è venuto fuori dal cuore quando ho visto i risultati del concorso di cui parlavo prima. Un concorso per giovani architetti (sotto i 40 anni) dove l'unico progetto degno di questo nome era un progetto di un gruppo di architetti che si chiama Kuadra, che viene da Cuneo e non da Londra, e che ha usato per la copertura della facciata delle semplicissime catene comprate dal ferramenta. Bravi!

Spero di avere al più presto delle immagini per farvele vedere.

22 settembre 2006

Il paese delle baite...

Torino, ai piedi delle montagne, ma chi l'avrebbe detto di vedere tutte queste baite, casette, capanne o simili, in mezzo alle piazze, a fianco agli edifici, nei punti più disparati...
L'altra sera sono stato alla Fondazione Sandretto Rebaudengo, che è una delle architetture meglio riuscite a Torino, con la sua semplicità quasi imbarazzante che nasconde un uso sapiente dei materiali e degli spazi. Molto belli gli interni, il bar, ma anche gli esterni finiti in pietra leccese e il cedro, usato per gli elementi lignei...insomma un piccolo gioiello immerso in una zona di torino che è in pieno sviluppo.
In questo paesaggio sublime mi sveglio bruscamente non appena giro intorno alla grande vela che conduce all'ingresso e scopro con mio grande stupore e con un pelo di rabbia, un orrendo dehor, che dovrebbe essere l'ideale prosecuzione di quello interno.
Lo vedete nella foto, mi chiedo io come fa la signora proprietaria della omonima fondazione ad aver accettato un simile non sense?
Vorrei capirlo.
Un dehor così non lo regalano, per comprare un dehor così insulso e mettere tutti quegli orrendi vasetti appesi, si sarenno spesi un bel pò di migliaia di euro!!!!
Non evrebbe avuto più senso (e questo è un suggerimento) fare una specie di concorso tra giovani architetti e designer, per fare un dehor, imponendo magari un budget e magari ripetere la cosa di anno in anno partendo da una struttura di base? Secondo me qualunque proposta sarebbe stata più bella di quella esistente.




IO NO!
di Claudio Silvestrin

DISASTRO

Sono stato educato a credere che il mestiere di architetto fosse una vocazione, si, vocazione come quella del frate e del prete. Sono stato educato a credere che l’architettura fosse l’arte piu’ completa, quella forma che fa da ponte tra l’uomo e la natura, la terra ed il cielo, le divinita’ ed i mortali.

Ho creduto, e credo tutt’ora, che fare architettura sia fare poesia sulla terra e con la terra; che l’architettura abbia il compito di darci l’emozione della materia, dello spazio, della luce, dell’acqua. Penso che l’edilizia contemporanea, che oggi va per la maggiore, esalti le forme perverse e semplicistiche rispecchiando un’umanita’ nevrotica ed autogratificante che vuol fare tabula rasa di 5000 anni (o piu’) di storia.

L’uomo moderno si sente al centro dell’universo e la sua arroganza e vanita’ esige costruzioni che sono in realta’ dei grandi specchi: l’uomo di potere e l’uomo nevrotico si riconosce inconsciamente solamente negli stili high tech, sensazionalista e decostruttivista. Bisogna essere ciechi o dormienti per non vederlo: siamo una civilta’ materialista delle forme perverse istituzionalizzate. E’ un disastro nel vero senso della parola: le forme del costruito contemporaneo si sono dissociate dagli astri.

Il paradosso piu’ evidente e, allo stesso tempo, deprimente e’ rappresentato dagli edifici religiosi che sono autogratificazioni sensazionalistiche in cemento armato, non piu’ spazi per Dio ma per l’uomo.

Non e’ questione di giusto o sbagliato, ma di prenderne coscienza per poi fare delle scelte che esprimano certi valori anziche’ altri.

L’architetto contemporaneo ha la fortuna della liberta’ di scelta di cui e’ responsabile.

Ci si dovrebbe interrogare: l’architettura e’ espressione di un pensiero che va in profondita’ oppure e’ un adeguarsi a-critico? Interrogarsi non vuol dire remare contro l’evoluzione ed il progresso; tutt’altro, interrogarsi seriamente puo’ portare un contributo per sensibilizzare l’uomo ad una evoluzione non solamente tecnologica e materialista, ma ad una evoluzione totale; vale a dire di pari passo materiale e spirituale, moderna ed arcaica, antropologica ed ecologica.

(in ARKITEKTON n. 14, September 2004)

14 settembre 2006

una votazione per l'architettura

ieri sera sono andato a votare i tre progetti finalisti del concorso di idee per la sistemazione di tre piazze della città di Torino, in particolar modo il piazzale Valdo Fusi.
Ero contento di andare a votare un'architettura per la città per una volta una votazione democratica, una votazione nella quale gli abitanti votano per realizzare qualcosa di bello nella città.....Ma appena entro e vedo i tre progetti, mi prende lo sconforto!
3 progettisti di fama internazionale hanno affrontato il tema in modo deludente, un'architetto ha disegnato delle belle forme sinuose, ma in maniera aprossimativa, in quanto credo che sia impossibile realizzarla com'è stata disegnata.


Il secondo progetto era interessante, ma poco coraggioso e soprattutto rappresentato in maniera pessima (gli alberi nella pianta sembrano un edificio).


L'ultimo progetto non è degno neppure di una nota. Giudicate voi se si può parlare di architettura.....